Al suo debutto all’Onu Monti rassicura e promette più Europa

Mario Monti ha fatto ieri il suo debutto al Palazzo di vetro con un discorso che ha intrecciato i punti fondamentali della politica estera italiana – dall’impegno in teatri come Afghanistan e Libano “a dispetto della congiuntura economica”, agli effetti collaterali della primavera araba – con la situazione dell’Europa, un legame inscindibile che offre la chiave per decrittare la missione newyorchese. Leggi Madrid, Atene e il mal d'Europa
17 AGO 20
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New York. Mario Monti ha fatto ieri il suo debutto al Palazzo di vetro con un discorso che ha intrecciato i punti fondamentali della politica estera italiana – dall’impegno in teatri come Afghanistan e Libano “a dispetto della congiuntura economica”, agli effetti collaterali della primavera araba – con la situazione dell’Europa, un legame inscindibile che offre la chiave per decrittare la missione newyorchese. Quella dell’Ue è “la più profonda e la peggiore crisi nella sua storia”, ha detto Monti, che appoggiandosi alle parole di Jean Monnet ha prefigurato la famosa luce in fondo al tunnel: “Oggi è chiaro che ‘più Europa’ è nell’interesse generale”. Il premier non ha nascosto le ombre della primavera araba, e si è mosso sul solco di Barack Obama: “Niente è facile, e tuttavia niente è impossibile”, ha spiegato Monti, che passando alla guerra in Siria ha chiesto al Consiglio di sicurezza di “superare lo stallo che impedisce una efficace azione internazionale”. Quello che ha parlato all’Onu è un Monti europeista e multilaterale in funzione rassicurante, ma cum juicio.
Che l’Eurozona stia mostrando qualche indizio di tenuta il premier lo ha spiegato a tutti i suoi interlocutori, da Christiane Amanpour della Cnn, all’anchorman Charlie Rose, fino al segretario del Tesoro, Tim Geithner, che Monti ha incontrato martedì al ristorante Le Cirque. E’ con lo stesso intento rassicurante che il premier si è presentato ieri a cena con alcuni ospiti del Palazzo di vetro e oggi spiegherà che l’euro è parte della soluzione, non del problema, prima al Council on Foreign Relations, poi ai vertici di Bloomberg e del Wall Street Journal. Ma è nei dettagli della cena di martedì che si evince il senso di una trasferta che riporta Monti in un mondo americano in cui è di casa. Lo spiega l’incontro casuale con Jack Welch, l’ex ad di General Electric al quale undici anni fa Monti, allora commissario europeo, impedì di acquisire Honeywell, un affare da 43 miliardi di dollari. A quel tempo non si davano nemmeno del tu e ora scattano foto al ristorante, e il premier racconta l’episodio con fare divertito. E’ nella stima di un Welch che si capisce cosa significa essere legittimati.
Attorno al tavolo del Cirque c’erano undici invitati oltre a Monti e Geithner: innanzitutto George Soros, che il premier aveva già incontrato nella sua visita di febbraio, poi il capo della Fed di New York, William Dudley, il ceo di Neuberger Berman, George Herbert Walker, e il presidente dell’Harvard Management Company, Jane Mendillo. A completare la sponda strettamente finanziaria della cena c’era Zubaid Ahmad di Citigroup, Frank Bisignano di Jp Morgan, il vicepresidente di Pimco, Richard Clarida, Mark Zandi di Moody’s e il ceo di Nyse Euronext, Larry Leibowitz, uomo potentissimo ma molto meno famoso del fratello minore, il comico Jon Stewart. Lamberto Andreotti, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica Bristol-Myers Squibb, e Fabrizio Freda, presidente e ceo di Estée Lauder, rappresentavano invece gruppi industriali con ramificazioni globali e presenza italiana.
L’incontro va letto anche come un tentativo di convincere gli investitori ad acquistare buoni del Tesoro italiano, progetto sul quale si sta lavorando, ma anche di promuovere investimenti diretti in Italia. Con Geithner, Soros e Dudley a fare da raccordo fra Wall Street, Main Street e l’Amministrazione Obama. Monti anche in quell’occasione ha rassicurato i suoi ospiti sulla tenuta dell’Europa, è stato accolto da un Geithner particolarmente caloroso, dicono le fonti, ed è stato prudente quando hanno iniziato a incalzarlo sul suo futuro politico. Se Monti, il professore-premier che tratta da pari con banchieri di Wall Street e ministri del Tesoro, è il garante di quella antropologia culturale della leadership che arriva fino a Mario Draghi, cosa ne sarà di tutta questa fiducia dopo le elezioni che il premier guarderà da bordo campo? La domanda a Monti da parte dei suoi pari americani era almeno legittima, e gli è stata posta.